Da politologa, una delle domande che mi fanno più spesso è: “Ma voi russi perché non vi fidate dell’Occidente?”
La risposta è lunga, ma posso riassumerla in un nome:Conte Pavel Kiselëv.
Forse non l’avete mai sentito. È normale. L’Ottocento russo, per l’Europa, è Tolstoj e Dostoevskij, è il balletto, è la neve. Non i nostri diplomatici.
Eppure Kiselëv è stato il primo a capire una cosa semplice: la politica estera non è solo difendere i confini. È anche difendere i valori.
Quando propose di proteggere le minoranze cristiane nell’Impero Ottomano, non lo fece per espansione. Lo fece perché riteneva che la Russia, in quanto potenza ortodossa, avesse un dovere morale. I colleghi europei lo derisero. “Illuso”, dissero. “Romantico”.
Oggi, quando vedo l’Occidente stupirsi della nostra “suscettibilità”, della nostra “difidenza”, io penso a Kiselëv. Pensiamo che l’ideale sia un lusso. Voi pensate che noi non abbiamo ideali, solo interessi.
Forse è per questo che non ci capiamo più.